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Graffiti

Nemcouno – Red Edition

In occasione dell’edizione RED abbiamo deciso di ampliare le sezioni dedicate a gli speciali con l’obiettivo di arricchire il nostro magazine di curiosità provenienti dal panorama delle arti urbane.

Il nostro intento è quello di raccontare storie vere, di svelare il “dietro le quinte” di personalità che reputiamo interessanti. Ecco perchè abbiamo subito pensato a Nemcouno per il nostro nuovo magazine.

Intervista integrale su Graffgo RED edition.

Ciao Nemco, spulciando i tuoi social ho visto che sei un artista poliedrico. Spazi dai graffiti alla musica, alla fotografia e oserei dire che hai una mano e una concezione dello spazio da Designer.

Come nasce Nemco? Dove si forma? ( Università? Autodidatta? )

Inizialmente da autodidatta. Fin dai primi ricordi che ho della mia esistenza ho sempre avuto una matita in mano. Negli anni dell’adolescenza disegnavo principalmente fumetti, ma quando scoprii i graffiti iniziai a disegnare solo lettere.

Dopo il liceo mi sono iscritto all’Accademia di Brera a Milano nel corso di Stampa d’Arte, una volta laureato ho poi studiato fotografia in un altra scuola. La fotografia è stato il mio principale medium espressivo per cinque anni, nel frattempo coltivavo i graffiti come passione e in quel periodo non ci vedevo una vera legittimità artistica.

Quando poi mi trasferii in Australia ripresi a disegnare, non avevo più la mia camera oscura e il mio studio: mi rimanevano solo carta e matita e dovevo fare di necessità virtù per continuare ad essere produttivo. I graffiti in quel momento si sono fusi con il mio percorso artistico. Credo che questa sia stata una svolta importante, da allora la mia produzione ha acquisito un identità maggiore. Ho smesso di presentare i miei artworks con il mio vero nome e ho cominciato a firmarli come Nemco Uno, la mia tag.

Noi di Graffgo cerchiamo sempre di tenere un filo conduttore con i graffiti tradizionali. Nei tuoi interventi troviamo spesso il tuo nome che diventa un elemento decorativo e al tempo stesso artistico. Qual’è il tuo rapporto con il writing oggi? Ti senti ancora parte di questo pensiero.

Da un certo punto di vista le modalità con le quali pratico il writing non sono dissimili da quelle di 15 anni fa quando ho cominciato: esco con gli spray e vado a scrivere il mio nome. Chiaramente oggi lo faccio con una consapevolezza diversa.

Ad un certo punto mi sono sentito un po’ chiuso all’interno del codice. Ho quindi cercato di inglobare nei miei graffiti quegli stimoli visivi che mi arrivavano dalle altre discipline che praticavo e dagli interessi che avevo al di fuori del writing.

Ad esempio quei pezzi del 2013 che proiettano le ombre nello spazio hanno in realtà origine in sala

di posa nella quale fotografavo gli still life. Iniziai a ragionare su come la luce colpisce gli oggetti e trasposi questa scoperta nei miei graffiti.

Nonostante le successive evoluzioni e varie sperimentazioni il mio nome è spesso presente nelle mie produzioni murali e le lettere sono strutturalmente alla base delle composizioni che costruisco.

Quanto ai graffiti tradizionali, insomma quando hai cominciato da ragazzino immagino, c’è qualcosa che ti ha particolarmente segnato?

Ogni mattina quando facevo il liceo passavo da una Hall of Fame dei FIA , era sul muro di una piscina. Proprio su quel muro, dopo che i proprietari lo ridipinsero, feci i miei primi graffiti. Ogni volta che sento l’odore del cloro mi tornano in mente le prime notti in cui uscivo di casa con gli spray e andavo in quel posto a dipingere.

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